SALVATOR MUNDI
Quel controverso dipinto

Una nuova sorpresa per un palinsesto di successo. Dallo scorso maggio sono infatti più di trecentomila i visitatori che hanno avuto accesso alla Sala delle Asse al Castello Sforzesco (aperta fino al 19 aprile) e partecipato alle iniziative di Leonardo mai visto, in occasione dell’anniversario della morte di Leonardo Da Vinci, il 2 maggio 1519.
Nella sala dei Ducali una mostra-dossier, a cura di Pietro C. Marani e Alessia Alberti, propone una riflessione sull’atelier di Leonardo e su un’opera controversa, il Salvator Mundi.
Il percorso ruota attorno a un inedito disegno, scoperto di recente tra un nucleo di oltre 2600 fogli che il Comune di Milano acquistò nel 1924 dalla fabbriceria del santuario milanese di Santa Maria dei Miracoli al San Celso. Il foglio, purtroppo privo di filigrana, presenta su un lato figure copiate da studi anatomici di Leonardo, databili tra il 1487 circa al 1510-13. In questi anni gli originali del maestro si trovavano ancora nella bottega tanto da essere variamente copiati dagli allievi. Non solo, ma un paio di questi disegni anatomici, rifiniti a penna e inchiostro, sono stati tracciati seguendo un disegno sottostante a matita rossa, che fa pensare ad un primo labile tracciato di Leonardo.
Osservando il foglio e i disegni anatomici cinquecenteschi che lo affiancano si ha la sensazione di vedere all’opera gli allievi di Leonardo. Sullo stesso foglio, ma sul recto, la scritta «SALVTOR MUNDI» a matita nera o carboncino, e un lieve accenno a un panneggio rimandano a uno dei dipinti più dibattuti di Leonardo, il «Salvator Mundi» a cui il maestro stava lavorando intorno al 1510-13. Il dipinto, apparso a Londra nel 2008 come opera autografa di Leonardo, è stato acquistato nel 2017 per una cifra record (450 milioni di dollari) da un’eminente personalità politica araba. Lo scorso anno è stato al centro di polemiche per la mancata esposizione - come da promessa - al Louvre di Abu Dhabi. Questo ha dato luogo a illazioni circa la paternità leonardesca dell’opera, sostenuta da molti studiosi per l’alta qualità di alcuni elementi (la stesura pittorica in alcuni punti è molto abrasa) come i raffinati panneggi, lo scorcio della mani, il globo di cristallo di rocca. Il dipinto, che l’allievo prediletto di Leonardo, Gian Giacomo Caprotti detto Salaì, vendette nel 1517-18 al re di Francia Francesco I, ebbe molto successo e numerose copie e varianti di bottega, tra cui una dello stesso Salaì, un busto di Cristo espostO in mostra grazie al prestito dalla Pinacoteca Ambrosiana. Il «Salvator Mundi» rivela la ricerca di Leonardo negli ultimi anni di carriera: la luce perpendicolare sottolinea la fissità del volto e il magnetismo dello sguardo attrae il riguardante come una calamita, rivelando, sottolinea Marani, «una “potentia spirituale” capace di generare moto e movimento senza “moto” meccanico».
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