LA RICORRENZA
San Francesco superstar. «Recuperare un senso di comunità nel Varesotto»
L’analisi di Fra Davide Sironi sul perché il patrono d’Italia sia così tanto amato e l’esercizio spirituale a Busto Arsizio
Ottocento anni dalla scomparsa di San Francesco, da cui forse la provincia di Varese più di altre deve ancora imparare qualcosa. La data esatta della ricorrenza è ancora lontana – il cosiddetto “Poverello” se ne andava a ottobre 1226 – ma è in questi giorni di febbraio e fino al 22 marzo che le spoglie del Santo sono esposte pubblicamente ad Assisi, nella basilica che porta il suo nome. Un mese per interrogare con i propri occhi le ossa del patrono d’Italia, in un appuntamento epocale, irripetibile, che sta raccogliendo l’interesse di un numero di persone prevedibilmente immenso, pari a quasi la metà della popolazione totale della nostra provincia: ad oggi, infatti, per il pellegrinaggio verso Assisi si sono già prenotate più di 350mila persone, da tutta Italia e anche dall’estero. E in fondo anche qui, sul territorio del Varesotto, stanno già partendo iniziative e opportunità di riflessione: proprio questa settimana, per esempio, sarà caratterizzata da alcuni incontri organizzati dal Decanato di Busto Arsizio.
RICERCA DI PACE E DIALOGO
Il primo di questi “esercizi spirituali” si è tenuto in effetti ieri sera, lunedì 23 febbraio, quando Fra Davide Sironi, parroco bustocco del convento locale dei Frati minori, ha parlato sul tema “Avere lo Spirito del Signore”, al cinema teatro Fratello Sole di Busto. Un titolo che, spiega Sironi, rispecchia l’intento di «presentare un San Francesco inedito rispetto al sentire comune, ponendo l’attenzione sul vero nucleo della sua santa operazione, anziché su tutte quelle caratteristiche (umiltà e povertà, ricerca di pace e dialogo, sensibilità ecologica e rapporto con il creato) che di quel nucleo sono solo manifestazioni».
GIOVANNI DI PIETRO DI BERNARDONE
Secondo Fra Sironi, il fu Giovanni di Pietro di Bernardone (questo il nome di battesimo del Santo d’Assisi) ha ancora tanto da dire «all’uomo di oggi, al mondo occidentale», nonché potenzialmente «al nostro territorio» in particolare: «Francesco è stato definito come un diamante dalle molte facce, che in base a dove colpisce la luce si presta all’una o all’altra interpretazione, facendo emergere una pluralità di sfaccettature». E allora in questo senso, per chi cercasse di guardarlo da quaggiù, dall’angolazione di chi vive nel Varesotto, che messaggio porterebbe la luce riflessa dal diamante francescano?
«FRENESIA DEL LAVORO»
Fra Sironi trova la risposta nel «recupero di una dimensione di fraternità che mi sembra in parte persa», e quindi nell’invito a «uscire da una mentalità a tratti egoista», soprattutto in rapporto alla vita lavorativa: «Il lavoro, spesso, significa concentrarsi su di sé, il che in realtà non è un male, però a volte può far dimenticare tutto il resto». Parole che toccano un nervo scoperto della nostra identità locale, in una provincia storicamente definita dalla sua operosità, dove però «la frenesia del lavoro a volte ha un po’ il sopravvento su tutto il resto», continua Sironi. Di qui il rischio è di perdere il senso di “comunità”, del vivere insieme: «Ognuno va un po’ per la sua strada» e, quel che è peggio, cambia il modo in cui guardiamo chi ci sta vicino.
«UNO SGUARDO DI SOSPETTO»
Il parroco dei Frati di Busto punta i riflettori sulla tendenza, diffusissima, a riservare a chi sta vicino «uno sguardo di sospetto», vedendo nell’altro qualcuno che «ci può togliere qualcosa o mettere in cattiva luce», invece di considerarlo come un fratello. Se c’è un valore locale nell’attualità di San Francesco, allora, ha a che fare con la riscoperta che «non si può vivere da soli». Ma attenzione: l’appello francescano, riproposto da Sironi, non è un invito all’ozio né una critica alla produttività. Lo stesso Poverello chiarisce nei suoi scritti che i frati «devono lavorare», anche perché devono «sapersi mantenere». Il lavoro rimane quindi dignità, prima che necessità. Il punto è un altro: Francesco mette in guardia dalla vanagloria mondana, in un monito senza tempo per chi investe «tantissime energie su cose che, per quanto siano importanti», conclude Fra Sironi, «non danno il senso ultimo della vita».
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