LA MOSTRA
Sandokan, il bisogno di ruggire ancora
A Monza 150 anni da vivere in un viaggio immersivo fino al 28 giugno nell’Orangerie della Reggia
«Sandokan. La Tigre ruggisce ancora». E non solo nel nuovo adattamento televisivo della saga di romanzi salgariani che, a cinquant’anni da quella firmata nella regia da Sergio Sollima, ha visto nei mesi scorsi Can Yaman nel ruolo che fu di Kabir Bedi. Ma anche nella mostra curata da Francesco Aquilanti e Loretta Paderni e ideata e prodotta da Vertigo Syndrome che fino al 28 giugno è ospitata nell’Orangerie della Reggia di Monza. Una mostra immersiva la cui nascita si dipana in una maniera molto particolare: da una collezione, giacente al Museo delle Civiltà di Roma, nel quale sono confluiti più musei, tra cui quello preistorico etnografico Pigorini, dove era appunto un deposito delle collezioni del sud-est asiatico con armi del popolo dei Dayak, i “tagliatori di teste”, quali il Parang Ilang e altre citate da Salgari nei suoi romanzi legati al personaggio di Sandokan, quali kriss malesi e scudi tribali. Una collezione di oggetti etnografici, spiegano i curatori della mostra allestita a Monza, donati al re Umberto I per testimoniare la cultura del Borneo da Charles Brooke, nipote del leggendario, ma realmente esistito, Rajah Bianco James Brooke, l’antagonista letterario di Sandokan. «Questi anelli di congiunzione curiosissimi e interessanti tra storia reale e invenzione – sottolinea Aquilanti – sono andati a convergere su oggetti museali mai esposti di grandissima bellezza e di notevole caratura estetica, con una forza evocatrice importante. La mostra nasce da questo nucleo di certezze, è una combinazione con la capacità di saper distinguere tra vero e falso: e Sandokan permette un gioco di riflessi tra vero e falso». Quella che dunque avrebbe potuto essere una mostra sulle armi di Sandokan in una sorta quasi di pretesto per presentare la collezione delle armi del sud-est asiatico del museo romano è diventata poi, attraverso l’incontro dei curatori con gli organizzatori della mostra oggi a Monza, un disegno diverso, un percorso modificato che, partendo da materiali inediti mai esposti al pubblico, viene pensato organizzando attorno a questo piccolo nucleo una serie di informazioni. «Come – spiega Loretta Paderni – un arcipelago di sezioni differenti in cui passare da un argomento all’altro con filo conduttore la figura di Sandokan, ma con temi interdisciplinari che toccano le armi, il cinema, i costumi, gli illustratori, la storia di Salgari, le fonti bibliografiche che lui utilizzava, fumetti, bozzetti, disegni. E ogni visitatore può immaginare un suo percorso all’interno dell’esposizione». Con al centro la capacità di restituire comunque al pubblico l’immaginario salgariano, in un percorso fantasioso che riproduce una giungla gigante al cui interno si trovano vetrine che sono veri e propri pezzi di ambiente ottocentesco ricco di suggestioni, commistioni, filmati. E con oblò in cui il pubblico si deve affacciare per vedere cosa vi è dietro, trovando, tra le altre cose, le vele di una nave che introducono al settore dedicato alla navigazione e alle imbarcazioni malesi, cinesi, del sud-est asiatico. O la ricostruzione della stanza di Sandokan come descritta nella prima scena di Le Tigri di Mompracem, realizzata con le attrezzerie di scena della Rancati, interessante realtà del cinema. Inoltre in mostra c’è materiale sul Borneo degli Anni Trenta dell’Istituto Luce, un film tedesco del ‘36 restaurato recentemente dalla Cineteca di Milano sui “tagliatori di teste”, i costumi della serie di Sollima del 1976 trovati alla sartoria Teatrale Peruzzi di Roma, intatti per buona parte, disegnati dal due volte premio Oscar Nino Novarese. E naturalmente una parte filologica, con le edizioni dei libri su cui Salgari, giornalista attento, si formava e documentava, ma anche illustrazioni di Alberto Dalla Valle, illustratore delle copertine delle prime edizioni dei romanzi, fotografie, ma anche disegni originali di Hugo Pratt che aveva disegnato il primo Sandokan “indigeno”, che non venne mai pubblicato e in cui la prima versione di Yanez assomiglia a quello che poi sarà Corto Maltese, pur se con i baffoni.
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