IL DIBATTITO
Sciascia e i professionisti dell’antimafia
L’articolo spaccò l’opinione pubblica mentre “culturalmente” la lotta a Cosa Nostra aveva bisogno di unità

Il 10 gennaio 1987 uscì sul «Corriere della Sera» un articolo di Leonardo Sciascia con un titolo esplosivo: I professionisti dell’antimafia. Sciascia era un gigante della letteratura e aveva anche fatto politica, prima con il Pci, poi in Parlamento con i radicali. Soprattutto, era il massimo scrittore civile del Paese: sin dagli anni Sessanta con A ciascuno il suoe Il giorno della civetta aveva fatto conoscere la mafia agli italiani, denunciato la società omertosa e le complicità delle Istituzioni. Insomma, quando di Cosa Nostra nessuno parlava Sciascia l’aveva raccontata, descritta antropologicamente e combattuta: la divisione dell’umanità in uomini, mezzi uomini, ominicchi, piglianculo e quaquaraquà era già entrata nel vocabolario e nell’immaginario degli italiani.
Erano giorni di grande fermento: a Palermo si stava svolgendo il maxiprocesso e l’entusiasmo circondava lo straordinario lavoro del pool di Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Eppure, in quell’articolo Sciascia decise di andare controcorrente. A suo parere, infatti, l’antimafia stava diventando uno “strumento di potere” per fare carriera e trarre un profitto personale: con questa “patente antimafiosa” si diventava intoccabili, perché chi osava criticare veniva subito bollato come filo-mafioso.
Sciascia portava due esempi. Il primo, il Sindaco di Palermo Leoluca Orlando: sempre in “prima fila” nelle manifestazioni, in Tv, protagonista delle iniziative in contrasto con la “cultura mafiosa”. Esibizioni che andavano a scapito dei veri problemi della città, ma il sindaco si poteva “considerare in una botte di ferro”. Non bastava: Sciascia attaccava anche Paolo Borsellino, appena diventato Procuratore a Marsala solo per “meriti antimafia”, scavalcando colleghi avanti in graduatoria per anzianità, come invece voleva la prassi. Così, concludeva: «nulla vale di più in Sicilia, per fare carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso».
Incredibile: sembrava che Sciascia, un’autorità morale riconosciuta, attaccasse chi combatteva la mafia e rischiava la vita ogni giorno. Non per caso, infatti, si scatenò un putiferio e per giorni non si parlò d’altro: molti lo difesero ma, per fare pochi esempi, il Coordinamento Antimafia lo marchiò come un quaquaraquà, Gianpaolo Pansa disse di “provare una gran pena” e Eugenio Scalfari sottolineò la sua “vanità personale”.
Ora. Di quell’articolo si discute da oltre trent’anni. Senza dubbio, secondo Sciascia la mafia si doveva sconfiggere nei limiti della legge democratica, senza derive autoritarie e affermando la superiorità morale e culturale dello Stato di diritto. A suo parere il maxiprocesso rischiava invece di calpestare le libertà civili e stravolgere le regole democratiche, come avevano fatto il fascismo e la stessa mafia. Opinioni legittime, certo. Nondimeno, era opportuno in quei giorni delicati sollevare una polemica così aspra e in termini così facilmente travisabili? L’articolo infatti spaccò l’opinione pubblica, proprio mentre “culturalmente” la lotta a Cosa Nostra aveva bisogno di unità, di convergenza democratica.
Del resto, denunciare “un potere dell’antimafia” faceva il gioco della mafia: come mai, replicò infatti Nando Dalla Chiesa, non si scriveva «sui magistrati che fanno carriera proprio perché non attaccano la mafia, perché insabbiano?». Le polemiche ebbero ripercussioni pesanti e senza dubbio la campagna per delegittimare i magistrati cominciò proprio in quel periodo: nel 1988 Falcone non riuscì nemmeno a sostituire Caponnetto, e gli fu preferito un collega con maggiore anzianità.
Il 25 giugno 1992 Paolo Borsellino sostenne che il Paese, lo Stato e la magistratura cominciarono a far morire Giovanni Falcone nel gennaio 1988 e anzi, aggiunse, «forse cominciò a morire l’anno prima: quando Sciascia sul «Corriere» bollò me e l’amico Leoluca Orlando come professionisti dell’antimafia». Un giudizio netto. Fu il suo ultimo discorso pubblico. Il 19 luglio venne assassinato in via D’Amelio, sotto casa di sua madre.
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