I DATI E IL FUTURO
Smart working, da salvavita a soluzione al caro-energia
L’Italia risale, ma resta in coda all’Europa. Nella Pubblica amministrazione il 53% lavora da remoto, nelle Pmi l’8%
Sceso in pista per necessità durante il Covid, lo smart working in Italia si è consolidato, anche se su numeri decisamente più bassi rispetto al resto d’Europa. È più forte nella Pubblica amministrazione e nelle grandi imprese. Ora che si rischia di rimanere senza benzina, lo smart working potrebbe però tornare ad avere un’accelerata. Come se fosse un salvagente nelle emergenze legate alla mobilità.
Oggi a che punto siamo? Dopo il lieve calo del 2024, secondo una ricerca dell’Osservatorio smart working del Politecnico di Milano, l’anno scorso gli smart worker italiani sono tornati a crescere. Nel 2025 sono circa 3.575.000 i lavoratori che per almeno parte del loro tempo operano da remoto, +0,6% rispetto allo scorso anno. Poco più della metà del picco raggiunto durante il Covid, quando erano 6,5 milioni. Sono pochi se si pensa che secondo Eurostat la percentuale di occupati tra i 15 e i 64 anni che svolgono il proprio lavoro occasionalmente o abitualmente da casa è pari al 10,3%, agli ultimi posti tra i 27 Paesi Ue e sotto la media europea del 22,6%.
Tornando ai dati del Politecnico, il maggiore aumento, +11%, si registra nel settore pubblico, in cui oggi 555.000 persone lavorano in smart, pari al 17% dei dipendenti della Pa. C’è un rialzo anche nelle grandi imprese (+1,8%), dove oggi il 53% del personale lavora da remoto (1.945.000 persone), mentre le piccole e medie imprese sono un altro mondo: qui i lavoratori da remoto si riducono sensibilmente (-7,7% nelle Pmi, -4,8% nelle microimprese) per rappresentare solo l’8% del totale. Oggi sono presenti iniziative di smart working in praticamente tutte le grandi imprese italiane (95%) e nel 67% delle Pa, quasi sempre con progetti strutturati in cui sono definite policy o linee guida. Mentre tra le Pmi le adotta il 45% e prevalentemente attraverso una gestione informale, in cui la flessibilità deriva da accordi diretti con il responsabile.
«Per sfruttare appieno le potenzialità di trasformazione dello smart working – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio smart working – capi e collaboratori devono lavorare per rafforzare continuamente la capacità di assegnare e perseguire obiettivi di progetto, di delegare e di sentirsi responsabilizzati sui risultati. Mentre le organizzazioni devono riflettere sull’evoluzione di questi modelli per rispondere alle esigenze emergenti delle persone e cogliere le opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica».
Di più: «In un Paese in cui la forza lavoro si riduce e invecchia – dice invece Fiorella Crespi, direttrice dell’Osservatorio – lo smart working vissuto come stimolo continuo al miglioramento organizzativo può accompagnare l’innovazione tecnologica. In questo modo può diventare una leva strategica per rispondere alle dinamiche demografiche, mantenere la competitività sul mercato e rendere il lavoro più sostenibile per le persone. Inoltre l’automazione delle attività più ripetitive grazie all’Ai libera risorse, consentendo di concentrare le energie su mansioni a maggiore valore aggiunto e offrendo alle persone spazio per la creatività, la formazione e per sé stessi. Se adottata senza la necessaria visione, tuttavia, l’Ai rischia di diffondere una percezione di sostituibilità delle persone, minando motivazione, engagement e senso di purpose individuale, soprattutto tra le nuove generazioni. I manager devono quindi utilizzare lo smart working per mantenere una tensione al miglioramento e generare fiducia nell’impatto positivo che le nuove tecnologie possono dare nel rendere il lavoro più attrattivo, sicuro e sostenibile, valorizzando e non perdendo il contributo delle persone».
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