MOSTRE
Un angolo di foresta pluviale a Milano

Un pezzo di foresta pluviale a Milano. A ricrearla, in un padiglione con piante tropicali autoctone, insetti foglia e insetti stecco (che sono la sua firma), l’artista di Barcellona - da 15 anni residente in Brasile - Daniel Steegmann Mangrané, in occasione della sua prima retrospettiva italiana che apre negli spazi di Hangar Bicocca.
L’esposizione, a cura di Lucia Aspesi e Fiammetta Griccioli, parte proprio da uno dei temi ricorrenti nel lavoro di Mangrané: affascinato dalla biodiversità della foresta pluviale brasiliana, l’artista si interroga sulla fragilità e sulla possibile scomparsa di questo ecosistema, ma anche sulle «innumerevoli interazioni, non solo tra insetti esotici e piante autoctone, ma anche tra agenti chimici, funghi, rizomi.
Ciò che fa funzionare l’ecosistema in modo sano è questa intricata rete di interdipendenze, in un processo di costante trasformazione in cui i fattori biotici e abiotici si influenzano continuamente a vicenda».
Lo si può concepire come un «nuovo paradigma culturale, che riconosce che tutto è interdipendente e intrecciato. Viviamo la nostra vita in esso, letteralmente».
Un intreccio fatto di natura e tecnologia caratterizza anche gli audaci progetti espositivi di Mangrané: accanto al frammento di foresta reale c’è la sua ricreazione virtuale nel render stereoscopico di «Phantom (Kingdom of all the animals and all the beasts in my name)». Grazie a un visore lo spettatore si trova immerso nella foresta, diviene protagonista e non soggetto passivo: «cerco sempre di raggiungere il momento in cui lo spettatore non sta osservando l’opera d’arte ma la sua stessa esperienza», afferma Mangrané.
Per questo le sue esposizioni ad alto tasso tecnologico sfruttano una vasta gamma di strumenti, da quelli tradizionali, disegno e scultura, fino alle installazioni, alla fotografia e ai video, gli ologrammi e la realtà virtuale.
Muovendosi al confine tra realtà e irrealtà, tra concreto e astratto, in «Orange Oranges» i visitatori sono invitati a entrare in un ambiente e a spremere un’arancia: mentre osservano lo spazio circostante - la cui percezione viene alterata da pareti con filtri colorati - diventano, per gli spettatori esterni, parte dell’opera. Lo stesso confine tra reale e irreale si avverte nell’opera concepita appositamente per Hangar Bicocca: partizioni in tessuto bianco trasparente che, come membrane fluttuanti, dividono lo spazio in aree diverse consentendo una visione d’insieme dell’intera mostra.
Una visione tuttavia evanescente e in continua trasformazione, dovuta all’interazione tra i tessuti e i cambiamenti della luce naturale.
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