DIPENDENZE
Quel monitor che strega

Videogiochi: l’Organizzazione mondiale della sanità ha inserito il gaming disorder tra le nuove forme di dipendenza, e dunque come malattia, nell’International Statistical Classification of Disease and Related Health Problems.
In Cina documentari testimoniano come l’uso eccessivo tra i ragazzi stia diventando emergenza sociale, mentre ricerche dimostrano come invece, se utilizzati con prudenza, possano aiutare il benessere, mettendoli addirittura tra le pratiche di buon stile di vita. «Il problema è a monte – illustra la sua esperienza Alessandra Schiavi, psicologa e psicoterapeuta varesina dell’associazione Psicologia Insieme onlus -, nel momento in cui si riesce a stabilire regole, da parte del genitore, che siano realizzabili e condivise con i propri figli».
Da anni Alessandra Schiavi si occupa, oltre che di clinica e promozione del benessere psicologico, anche di formazione e in questo ambito il settore delle nuove tecnologie e delle nuove dipendenze è di grande interesse. «Spesso mi arrivano richieste di aiuto da parte di genitori su come affrontare l’esagerato tempo trascorso dai figli davanti ai videogame, ma di solito avviene quando la situazione è esasperata, mentre è importante la “prevenzione”, pensare prima, concordare limiti, regole di utilizzo con i propri figli».
Ci sono segnali che devono fare drizzare le antenne. «Bisogna fare attenzione se si notano cambiamenti importanti nella vita dei ragazzi, se si riscontra un ritiro sociale, se sono sempre chiusi nella loro stanza a giocare, se ci sono problemi di sonno, cambiamenti nell’alimentazione e nella cura di sé, calo del rendimento scolastico, difficoltà a svolgere i propri compiti perché si è trascorso tutto il tempo davanti alla consolle, difficoltà o agitazione nel corso della giornata che si accentuano di fronte ai videogiochi, con reazioni esasperate, quando si interrompe, di nervosismo eccessivo con la sensazione che non si possa fare altro».
Una reazione un po’ stizzita se il videogioco viene fatto spegnere nel momento “clou” di una partita è comprensibile, ma diverso è se lo stato ansioso aumenta nel corso della giornata e viene riempito con il videogame. «La dipendenza – spiega la psicologa – non è determinata dal mezzo, ma da una fragilità del ragazzo, da altre problematiche che il videogioco è andato a colmare, da un senso di vuoto già presente per cui giocare dà sollievo. I ragazzi sono spesso molto più consapevoli di quanto noi adulti immaginiamo: non è raro che siano loro a comprendere la necessità di avere limiti».
Ma qual è il tempo massimo in cui permettere il gioco tecnologico? «Penso che ogni famiglia debba regolare l’utilizzo dello strumento. Il consiglio è di non superare un’ora al giorno, nella scuola primaria anche mezz’ora, li sconsiglio prima dei sei anni. Questo perché si tratta di giochi che sono iperstimolanti e anticipare troppo i figli alla tecnologia significa portarli a disinteressarsi per tutto ciò che non è, appunto, così stimolante. Fondamentali sono le regole temporali, ma anche quelle che danno una priorità alle cose da fare, oltre che favorire alternative all’impiego del proprio tempo libero. E va vietato assolutamente l’utilizzo notturno, che tra l’altro altera l’equilibrio tra sonno e veglia».
Mettere un limite ma, soprattutto, farlo rispettare. E vigilare. «Non vanno dimenticati – sottolinea Schiavi – i tanti aspetti positivi: con i videogiochi ci si diverte, ma hanno anche aspetti formativi, creano attitudini particolari, danno la possibilità di mettersi alla prova in maniera creativa e di decidere se e come collaborare con il gruppo. Possono essere visti come una palestra relazionale, aiutare ad affrontare le frustrazioni gestendo obiettivi e capendo che se non li supero posso riprovare. Possono sviluppare abilità sensomotorie e molti hanno scopi didattici per bambini con difficoltà specifiche, o sono ambientati realisticamente, per esempio in periodi storici, da portare a imparare senza quasi accorgersi».
Certo, non tutti. «Per questo è fondamentale una cosa che invece è molto ignorata: la lettura delle etichette che danno anche indicazioni sull’età adeguata di utilizzo».
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