L’INCONTRO
Un caffè con Mastroianni: Walter Veltroni e la magia del “Bar di Cinecittà”
Il romanzo presentato a Olgiate Olona. Dalle attrezzature rubate dai nazisti all'amicizia tra il barista Giovanni e il divo del grande schermo
«Un racconto a tre dimensioni: c’è la storia totalmente inventata della famiglia Diotallevi, la storia del cinema italiano e la grande Storia perché Cinecittà è un prisma che riflette molti passaggi d’epoca». Walter Veltroni, primo ospite di questa edizione degli “Incontri con l’autore” promossi dal Comune di Olgiate Olona con la sua biblioteca, la sera di mercoledì 13 maggio all’Area 101, presentato da Amanda Colombo, ha presentato il suo nuovo libro, “Il bar di Cinecittà”, la «storia di un ragazzo del popolo», il sedicenne Giovanni Diotallevi, che a sedici anni, appunto, arriva a lavorare come barista nel luogo che sarebbe diventato l’icona del cinema italiano e non solo e che allora era solo «il cantiere con gli operai che andavano e venivano». Ma che già, ha proseguito Veltroni, «era un luogo magico, e lì Giovanni entra con l’imbarazzo e le gaffe che può fare un ragazzo di sedici anni che si trova davanti al primo posto di lavoro della sua vita, e che posto di lavoro! E io lo prendo nel 1937 e lo lascerà a metà anni Ottanta, e in mezzo c’è tutta la sua vita. Si sposa con una sarta che lavora a Cinecittà e conoscerà lì tutti i protagonisti del cinema italiano. Il suo migliore amico sarà Marcello Mastroianni, che noi tutti abbiamo in testa come divo, ma che all’inizio della sua carriera faticava a fare la comparsa, ed essendo coetanei diventano e restano amici, nonostante il diverso destino».
Veltroni, che svela che il cinema è stato «la mia prima grande passione, da bambino andavo al cinema tutti i giorni, sognavo cinema e poi sono riuscito a farlo, e in questo la vita è stata generosa», mostra con le sue parole tutto il suo amore per quest’arte e per Cinecittà, «la più grande fabbrica di sogni che ci sia nel nostro Paese, la chiamavano la Hollywood sul Tevere non a torto, e ancora ha una sorta di magia», confida che da bambino aveva un quadernino su cui scriveva i suoi giudizi sui vari film. Il cinema «era una magnifica ossessione» per lui bambino. «Abbiamo pianto e riso per un fascio di luce, tale è l’immersione emotiva in quella storia. L’amore per il cinema è l’amore per le storie, e dunque l’amore per la vita».
Sfilano nel libro e nelle parole con cui Veltroni ne parla, con una partecipazione emotiva meravigliosa, cinquant’anni di vita dell’Italia e non solo, tra immaginazione e realtà. E nel sentirlo parlare capisci anche quanto trasporto ci sia stato in lui nello scrivere questo “Bar di Cinecittà”, come quando ricorda di aver scoperto, proprio mentre ci lavorava, che la stessa notte in cui, nell’ottobre del 1943, ci fu il rastrellamento del Ghetto di Roma con la deportazione di oltre mille cittadini romani di religione ebraica ad Auschwitz, fu quella in cui i nazisti rubarono le attrezzature di Cinecittà, caricandole su un treno che andava verso Venezia, dove la repubblica sociale «vuole fare una contro-Cinecittà». Molte attrezzature rubate proseguirono per la Germania. «La cosa che mi fa sobbalzare il cuore è l’idea che sullo stesso binario del treno ci fosse il vagone piombato con le vite di persone che avrebbero finito le loro esistenze nei forni crematori e dietro le apparecchiature rubate dai nazisti. Mi ha fatto impressione. Perché il cinema non è solo sogno, ma anche racconto della realtà».
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