IL CASO
Wilma Montesi, vittima in cerca di giustizia
Il processo del secolo: file di curiosi assediano il Tribunale, anche per i testimoni eccellenti

11 aprile 1953, ore 7 e 20. Sulla spiaggia di Tor Vaianica, 40 km a sud di Roma, il giovane muratore Fortunato Bettini scorge il corpo di una ragazza. Si avvicina: il viso è riverso nell’acqua, indossa una camicetta di lana e una sottoveste d’avorio. Scalza, senza gonna e giarrettiere: è morta. L’Italia, dopo la guerra, ha appena ricominciato a vivere: Federico Fellini gira I vitelloni, a Sanremo ha vinto Viale d’autunno di Carla Boni. In politica il clima è tesissimo: il Pci si è opposto furiosamente alla “legge truffa”, la riforma elettorale del governo De Gasperi, e si vota il 7 giugno. La ragazza è Wilma Montesi. Romana, 21 anni, padre falegname. Graziosa, si deve sposare a fine anno con un poliziotto, esce poco e in genere accompagnata dalla madre casalinga. La famiglia non la vede da due giorni: cosa è successo?
La polizia indaga: Wilma è annegata a Ostia, il giorno prima. Si è sentita male facendo un pediluvio e la corrente l’ha trasportata fino a Tor Vaianica. Il caso è chiuso. Ma la tesi è stravagante, e la stampa non ci sta. Pochi giorni dopo il settimanale satirico «Il Merlo Giallo» pubblica una vignetta con un piccione con un reggicalze in bocca. Chiara, l’allusione: il reggicalze è di Wilma, il piccione è il famoso musicista Piero Piccioni, figlio di Attilio, il potentissimo ministro degli Esteri destinato a succedere ad Alcide De Gasperi.
Non basta. Il 6 ottobre Silvano Muto pubblica sulla rivista «Attualità» un articolo esplosivo. La fonte - la giovane aspirante attrice Adriana Bisaccia - narra di festini a base di droga e orge in una villa di Capocotta frequentata da uomini illustri come il marchese Ugo Montagna e, appunto, Piero Piccioni. E anche da Wilma, che spera di diventare attrice: quella notte si è sentita male a causa di un mix di droga e alcol, qualcuno l’ha trasportata sulla spiaggia a 20 km di distanza per evitare lo scandalo. Forse già morta, forse invece priva di sensi è annegata poco dopo.
Questa tesi rimarrà la più accreditata, ma non ci sono prove. Muto, denunciato per “notizie false e tendenziose”, ritratta tutto. Ma compare una nuova testimone: Maria Moneta Caglio, figlia di un notaio di Milano, amante di Ugo Montagna, a Roma per tentare anche lei la carriera nel cinema. Subito soprannominata “Cigno Nero”, accusa Montagna, Piccioni e il capo della polizia Tommaso Pavone che - sostiene la giovane - li ha coperti.
L’Affaire esplode, i giornali vanno a ruba: una povera ragazza vittima di uomini perversi e potenti, in grado di depistare le indagini. In mezzo la politica: da un lato la Dc e gli insabbiamenti, dall’altro il Pci si scatena sulla “doppia moralità”. Ma il 16 novembre Giuseppe Sotgiu, presidente comunista della provincia, viene fotografato sotto la casa di appuntamenti che frequenta con la moglie. La sinistra accusa il colpo.
Il 26 marzo del 1954 la Corte di Appello riapre il caso. Intanto Attilio Piccioni si dimette: la sua carriera politica è distrutta. A settembre il figlio Piero viene arrestato e accusato di omicidio, insieme a Montagna e a Saverio Polito, il questore di Roma che si è inventato la storia del pediluvio. È “il processo del secolo”, file di curiosi assediano il Tribunale, anche per i testimoni eccellenti: Alida Valli - la più famosa attrice dell’epoca - è fidanzata con Piero, e sul banco gli fornisce un alibi. Piccioni era con lei, in quelle sere. Insomma, nessuno riesce a fare luce sul delitto, e il 28 maggio 1957 - tre anni dopo - i tre imputati vengono assolti con formula piena.
Ancora oggi il caso Montesi è un mistero da romanzo, pieno di colpi di scena, festini, droga, sesso, politici, artisti e nobili decaduti. Ma soprattutto con una vittima che non ha mai ricevuto giustizia. Inaugurò poi un nuovo modo di fare giornalismo, con le testate in gara a colpi di scoop più o meno inventati, ma tutti morbosamente impegnati a scavare nelle vite dei protagonisti, dividendo l’opinione pubblica tra innocentisti e colpevolisti. È stato il primo grande scandalo mediatico della Repubblica. Di certo non l’ultimo.
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