STORIA
A un passo dal disastro

Il 26 settembre 1983, alle ore 00:40, al tenente colonnello Stanislav Petrov si gelò il sangue.
Era seduto alla sua postazione nel Centro di Sorveglianza di Serpukhov-15, nei pressi di Mosca, quando - raccontò anni dopo alla Bbc - «la sirena ululò e io stavo proprio là, con lo sguardo fisso su quella schermata rossa lampeggiante che diceva: lancio».
Un missile balistico nucleare americano si avvicinava all’Urss: stava iniziando la terza guerra mondiale.
Petrov restò lucido.
«No», pensò. Deve trattarsi di un errore. Il «first strike», il colpo mortale per vincere la guerra nucleare non poteva iniziare con un solo missile.
Decise di attendere. Ma un minuto dopo il satellite segnalò altri quattro puntini rossi.
Il computer passò da «lancio» a «incursione missilistica». Non c’erano più dubbi, l’attacco era iniziato.
Gli ordini di Petrov erano tassativi: doveva dare l’allarme.
Invece interpellò gli operatori del radar. Il loro schermo era stranamente pulito, ma i secondi passavano e il rischio aumentava.
Il colonnello prese la sua decisione: telefonò al comando e denunciò un guasto al satellite.
Calò il silenzio, «poi, ventitré minuti dopo, realizzai che non era successo niente. Fu un tale sollievo», disse ancora alla Bbc. Aveva fatto la cosa giusta: l’errore era dovuto a nubi ad alta quota che disturbavano i segnali dei satelliti. Il mondo era salvo, ma la tensione tra le due superpotenze era al culmine. E l’opinione pubblica era rimasta all’oscuro di tutto.
Anzi, erano iniziati gli scintillanti anni Ottanta.
In Italia, ad esempio, dopo la terribile stagione del terrorismo, Bettino Craxi governava e al Quirinale c’era «un partigiano come presidente».
Al cinema spopolava «Flashdance», in Tv le mamme erano rapite da «Uccelli di Rovo e i ragazzi dal «Drive In». E nei juke-box dominavano i Righeira con «Vamos a la playa».
Il mondo era ignaro e spensierato, ma i sovietici erano in allarme da mesi. Morto Leonid Breznev, Yuri Andropov aveva subito ordinato l’operazione RJAN. Le spie del Kgb dovevano scoprire ogni minimo indizio di un eventuale attacco a sorpresa contro l’Urss.
In realtà, a Washington nessuno pensava alla guerra. Ma il riarmo della Nato e la politica arrogante di Ronald Reagan esacerbavano i rapporti: l’Urss era «l’impero del male», aveva proclamato l’8 marzo a una convention degli evangelisti. Non bastava, perché due settimane dopo il presidente aveva annunciato l’avvio della Strategic Defense Initiative, una rete di satelliti in grado di distruggere in aria i missili intercontinentali sovietici.
Certo, per i critici il progetto era una bufala e la stampa lo ribattezzò ironicamente «Guerre Stellari».
Ma per l’Urss era una autentica minaccia: il mondo si reggeva sull’«equilibrio del terrore», e ora gli Stati Uniti erano in vantaggio. Insomma, Mosca era paranoica e la catastrofe sembrava imminente. Il 1° settembre un aereo sudcoreano entrò per sbaglio nello spazio sovietico e fu abbattuto: 269 morti. La condanna del mondo fu unanime, e il Cremlino si sentì sempre più accerchiato.
Poi, nei giorni successivi, Petrov salvò il mondo. Ma non era finita: il 2 novembre infatti la Nato iniziò l’operazione «Able Archer 83».
Era solo un’esercitazione, ma mentre i comandi simulavano DEFCOM 1, l’attacco nucleare, i sovietici tolsero veramente le sicure alle armi atomiche.
Intervenne allora Oleg Gordievskij, una spia doppiogiochista. Passò le informazioni all’MI-6 britannico che rassicurò il Kgb.
L’11 novembre l’esercitazione finì. La guerra non era scoppiata ma non si poteva più andare avanti così, era troppo pericoloso.
Lo capì anche Reagan, che cambiò strategia e il 16 gennaio dichiarò il 1984 «un anno di opportunità per la pace».
Come scrisse poi nella sua autobiografia, Reagan aveva appena visto «The Day After», un disaster-movie sugli effetti della guerra nucleare, e ne era rimasto profondamente scosso.
Reagan era un attore, ma sapeva che la realtà, talvolta, può superare la fantasia.
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