MAESTRO DEL BRIVIDO
Dario Argento e il cinema che esclude «la grigia realtà»
Il Museo Nazionale del Cinema di Torino dedica la sua mostra all’ottantunenne regista

Un coltello insanguinato. L’immagine scelta per la locandina rimanda immediatamente a quel mondo inquieto e perturbante che caratterizza i suoi film. Dario Argento, maestro del brivido italiano e non solo, è la figura a cui il Museo Nazionale del Cinema di Torino dedica la sua imperdibile mostra. Dario Argento – The Exhibit è la prima grande retrospettiva sul cineasta del thriller. Curata da Domenico De Gaetano e Marcello Garofalo e inaugurata pochi giorni fa, sarà allestita all’interno della Mole Antonelliana fino al prossimo gennaio.
Se ce ne fosse stato bisogno, la mostra attesta la caratura internazionale assunta da Argento nell’arco della sua carriera cinquantennale. Dall’esordio con L’uccello dalle piume di cristallo nel 1970 al recente Occhiali neri, il regista 81enne ha ricevuto gli encomi di famosi colleghi come Quentin Tarantino, Guillermo Del Toro, Mick Garris e Nicolas Winding Refn. Persino la scrittrice Banana Yoshimoto lo ha citato tra le sue ispirazioni. Ma lui è ancora alla ricerca di sé stesso: «Sono come una specie di clandestino – dice –, in questa mostra dove si rappresenta Dario Argento. Chissà chi è Dario Argento. Io non credo di conoscerlo tanto bene. Certo, faccio i film col nome di Dario Argento ma chi sia veramente io non lo so. Questa mostra mi ha impressionato perché mi ha riportato indietro nei miei film. Alcuni forse li ho capiti meglio vedendo la mostra e anche le vecchie frasi che non ricordavo di aver detto». Perché infatti il Museo del Cinema non si è prodigato soltanto nella creazione di materiale video esclusivo, con tanto di doppio megaschermo. E nemmeno nella selezione accuratissima dei fotogrammi dei film, messi a disposizione dal Centro Sperimentale di Cinematografia. I curatori ci tengono a ribadire che è stata un’esposizione progettata da zero, che ha raccolto grazie ai prestiti di collaboratori e collezionisti un’eterogenea compagine di rarità. Dalle paurose macchine di scena di Profondo rosso e Il fantasma dell’opera agli schizzi abbozzati da Armani per il costume che Jennifer Connelly indossa in Phenomena, presente anch’esso in mostra. Dai disegni di Bulgari per la spilla di Inferno ai tanti manifesti originali delle pellicole. Passando poi per poster, fumetti, addirittura una ricostruzione dei temibili corvi di Opera. E infine citazioni e interviste dello stesso Argento, sempre fedele al suo credo: «Nel mio cinema la grigia realtà non entrerà mai».
Re-inventore di spazi cittadini, scopritore delle trame orrorifiche che si nascondono nella quotidianità, Argento è riuscito a fondere poesia e angoscia, riflettendo continuamente sul senso dell’immagine e della narrazione. «Uno dei film che amo di più – spiega – è Psyco di Alfred Hitchcock. Ho studiato la sceneggiatura di Joseph Stefano, tratta dal racconto di Bloch, e ho notato che non è un granché, è anche un po’ banalotta in certi momenti. Il film è diventato uno dei capolavori della storia del cinema per l’apporto che gli ha dato Hitchcock, per come l’ha girato, come l’ha impostato, come ha diretto gli attori, come li ha scelti, come li ha messi in scena, come ha rappresentato i luoghi. Non era la sceneggiatura il capolavoro, era la sua grande regia, la sua macchina da presa che vola, che gira su se stessa. L’importante non è la storia. È come si mette in scena la storia».
E in queste sue storie fatte di mistero e violenza, Torino ha un ruolo speciale. Tanti sono stati i film girati da Argento nella città sabauda, che ha colto l’occasione dell’apertura della mostra per insignirlo della Stella della Mole 2022. «È uno dei premi più importanti che ho ricevuto – ammette –. Sono molto felice, quasi commosso. Amo tanto questa mia città e ci vivrei con molto piacere, se non fosse che a Roma ho le mie figlie e i miei parenti».
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