CULTURA
Quando l’arte corre su un filo di tessuto

L’edizione del trentennale di Miniartextil approda a Busto Arsizio. Più di 60 opere disposte nelle sale gemelle del Museo del Tessile mostrano le differenti anime della Fiber art.
C’è quella pensata alla luce della contemporaneità a partire dall’installazione ctonia Mundus patet, 2021-22, di Guido Nosari: cucchiaini sospesi a varie quote sopra un enorme centrino. L’opera, eseguita a cavallo degli anni fatali, sembra già rimandare a quel tempo che molti hanno definito ‘sospeso’ e che alcuni vorrebbero abbia inghiottito il mondo di prima; ma l’enigma, come il mundus, è aperto, e sulla soglia che l’opera descrive possiamo solo chiederci se sarà il tempo dell’inabissamento o dell’affioro.
Oppure quella rivista alla lente della volontà di mappatura integrale dell’Uomo e del suo mondo, espressa nell’opera dall’alto coefficiente di poeticità di Wanda Casaril, Mappa per un viaggio immaginario, 2000, un delicato atlante stellare di carta e cotone appeso sopra le teste dei visitatori che gioca con ombra e luce, trasparenza e opacità, ma che ricorda anche il velo di connessioni strettissime e di controllo che avvolge le nostre esistenze.
Non mancano colte suggestioni novecentesche: l’aeropittura futurista (Maria Luisa Spongia), l’astrattismo comasco (Mimmo Totaro), l’informale (Marisa Bronzini) e le tecniche speciali (il metacrilato di Filippo Avalle).
Infine, vi è un ampio corpo di ‘mini’ capolavori di una pratica che amo chiamare modellistica. Non è difficile immaginare l’artista assorto che con cautela modella e dà forma alle materie più eterogenee (financo muta di serpente). È questa una pratica educatrice che riscopre il valore della concentrazione solitaria, dell’accuratezza del fare; il senso del minimo e la cura del piccolo. In non pochi di questi lavori l’arte tessile scompare alla vista, si fa fantasmatica, evocata -piuttosto- nelle diverse tattilità e nelle imbastiture. Opere che attirano per la bellezza ma parlano veramente solo al visitatore silenzioso. Fuori dal museo accompagna la mostra una serie di istallazioni site specific dal titolo Prospettive realizzate da Daniela Frongia.
‘Ragnatele’ di filato di cotone bianco intrappolano scampoli di tessuto colorato, disegnando sullo sfondo cittadino intricate trame geometriche che evocano complesse connessioni sociali; mettendo in scena un confronto tra opposti: interferenza/nitidezza, pieno/vuoto; reagendo, infine, alle condizioni atmosferiche condividono la loro esistenza con quella della città.
L’artista sarda ha lavorato cercando un rapporto diretto con Busto Arsizio, trasformando, così, i momenti realizzativi in una sorta di happening che hanno coinvolto studenti, commercianti e abitanti; lodevole lo sforzo di armonizzare i colori degli scampoli a quelli dell’ambiente circostante, a testimonianza dell’attenzione nei confronti dei luoghi occupati.
Se manca qualcosa a questi lavori, mancano le dimensioni: perché queste istallazioni occupano lo spazio come lo occuperebbe una scultura: staticamente, senza trasformarlo. Dimensioni maggiori le avrebbero rese più invasive, senza dubbio, ma avrebbero, temporaneamente, mutato la fisionomia dei paesaggio urbano, restituendo ai cittadini una diversa percezione dei luoghi quotidiani, accendendo una curiosità diversa nei confronti di un paesaggio noto; avrebbero veramente fornito una prospettiva differente allo sguardo dei residenti. Così non è; ma forse, se così fosse stato staremmo scrivendo di Land Art e non di Fiber Art...
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