LA MOSTRA
Gli scatti di LaChapelle e il bisogno di miracoli
Le opere del fotografo statunitense nell’esposizione milanese “I Believe in Miracles”. La vulneabilità del pianeta e la fragilità dell’uomo

C’è bisogno di miracoli. Per David LaChapelle sono proprio loro a istituire nuove relazioni e fiducie tra uomini, uomo e natura, uomo e divinità. Il rinomato fotografo statunitense presenta al Mudec di Milano la mostra I Believe in Miracles, visitabile fino al prossimo settembre. Un’esposizione che ripercorre una carriera stupefacente attraverso i suoi scatti più noti e rappresentativi. E che egli stesso definisce «una delle più grandi e massicce che siano mai state messe insieme riguardanti il mio lavoro».
Artista dallo stile teatrale, luminoso nella saturazione dei colori quanto maniacale nella resa dei dettagli, il 59enne LaChapelle è da molti considerato un provocatore. Ma l’allestimento del Mudec lascia in realtà trasparire una concezione del mondo e dell’arte ben più complessa. I frequenti ricorsi al nudo e alla raffigurazione della celebrità, certo non estranei a un’estetica kitsch, sono sempre al servizio di riflessioni più ampie e mai conciliatorie, che interessano la religione, il consumismo, lo sfruttamento ambientale. La mostra, curata da Renier Opoku e Denis Curti, «copre 40 anni di fotografie – dice LaChapelle –. Inizia con le vetrate che ho prodotto quando avevo 18 anni e vivevo nell’East Side di New York». Questa degli esordi è la prima delle tre traiettorie entro cui si snoda il percorso museale. «Avevo fretta di riuscire a portare a termine delle immagini – spiega il fotografo – perché eravamo in un periodo di guerra anche in quel periodo e pensavo di non avere molta vita davanti a me. C’era l’epidemia dell’AIDS e quindi avevo l’urgenza di riuscire a capire che cosa fosse l’anima, come fosse, come si potesse rappresentare. C’erano tantissime persone amiche che stavano morendo e allora ho pensato di farle rivivere attraverso le ali. Così ho cominciato a rappresentare gli angeli e a cercare una rappresentazione del Paradiso. Cercavo di rappresentare il non fotografabile. Fu in quel momento che sentii di potermi riavvicinare a Dio». Ed ecco così introdotti gli altri due temi fondanti di Miracles. Quello dell’antropocentrismo, legato al depauperamento naturale e analizzato anche attraverso rivisitazioni di Michelangelo e Botticelli, e quello della spiritualità, che ha trovato nuovi stimoli dopo la visita di LaChapelle alla Cappella Sistina nel 2005. «È ritornato quel senso di urgenza – continua l’artista –. La nostra esistenza è minacciata così come la natura. Il genere umano ha sempre più paura e allora ho cominciato a rappresentare la sacralità della Sacra Famiglia, a rivolgermi alle scene bibliche per cercare di dare a questi personaggi una nuova vita che fosse ispirata da una fede nuda e cruda. Sono storie che non venivano dalla mia mente bensì dal mio cuore. Nel corso di questo cammino ho lavorato con amici che mi hanno aiutato a compiere piccoli miracoli. Queste idee, attraverso la nostra fede e devozione, si sono trasformate in immagini. Abbiamo per così dire lasciato lavorare Dio. La spontaneità e l’intuizione ci hanno guidati, non la pianificazione».
La mostra omaggia anche opere di Georgia O’Keeffe e Andy Warhol, scopritore e mentore di LaChapelle. Il quale ha bene in mente il suo fine: «Oggi il mondo sta andando a pezzi e il nostro compito è cercare di rimetterlo insieme liberandoci dal materialismo, dalle preoccupazioni, dall’ansia, lottando con la fede attraverso la creazione. Questa è la narrazione che ho cercato di mettere nelle mie immagini. In un momento di violenza come questo non è possibile creare arte. Perché la guerra è esattamente il contrario dell’amore per la famiglia, della sicurezza, della protezione. Ecco perché ho voluto riportare la luce, l’ispirazione, il sentimento. Se il mio lavoro riesce a non finire mai di instillare sensazioni ed emozioni, mi rende felice. È come un pezzo musicale che si ascolta la prima volta e poi si riascolta sempre e non finisce mai. Il mio scopo è creare collegamenti e farli risuonare, in modo tale da poter dare completezza al mio lavoro».
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